Al confino, per comando del duce
Storie di confinati in un paese calabrese durante gli anni del fascismo 

a Giuseppe, Rosario, Alfredo,
Edoardo e Otello

Chissà come appariva ai loro occhi la vallata, quando l'ultima curva cieca, salendo dal mare, quella prima della vista del paese, apre la finestra di Sant'Agata d'Esaro. Chissà cosa immaginavano di trovare. Quale il primo pensiero che l'ambiente davanti a loro bisbigliava. I loro occhi erano di sicuro dei cannocchiali, usati per osservare e afferrare ogni minima cosa, ogni piccola minuzia e ogni movimento. Non erano gli occhi liberi di chi vive spensieratamente e in assoluta pace coglie il ritmo del paesaggio, le cose belle del quadro, avverte gli odori della tranquillità. Almeno a primo impatto, per i “confinati”, Sant'Agata era il posto mai voluto, mai pensato e tantomeno desiderato. Col tempo poi tutto diventa diverso. La cadenza delle lancette, si sa, alla fine è il primo amico dell'uomo. Specie dell'uomo scompagnato e solo.

Erano anni difficili quelli del regime fascista. Per i “confinati” la venuta a Sant'Agata non era una scelta. Vi finivano perché, appunto, “esiliati”. Il confino era la prova reale che dissentire, dire frasi ingiuriose, propagandare idee diverse da quella che, all'epoca, unica e sola, era in vigore in Italia, costava caro. Il confino era un provvedimento di pubblica sicurezza consistente nell'obbligo di vivere in un comune della repubblica italiana diverso dalla residenza del confinato o in una colonia agricola, per un periodo da uno a cinque anni, con l'obbligo del lavoro e con l'osservanza delle prescrizioni stabilite dalla legge e dall'autorità competente. Nel codice penale Zanardelli, il confino era considerato una pena. Durante il fascismo, il confino fu quasi esclusivamente applicato alle persone ritenute capaci di svolgere o che esercitavano a tutti gli effetti attività contrarie alla politica del governo. All'arte del governo del duce, di Benito Mussolini.

Sant'Agata d'Esaro, come tanti altri paesi d'Italia, era un luogo ideale per isolare un “confinato”. Un posto disagiatamente raggiungibile, alla prova dei fatti lontano, anche geograficamente, dal cuore pulsante della disobbedienza, della contestazione e della criticità sovversiva, quella per intenderci capace di dar noia. Sant'Agata come Ustica, Pisticci, Ponza, Ventotene. Sant'Agata come il luogo dell'espiazione.

Fu qui che, seppur in anni differenti e in periodi diversi, Giuseppe Agosti da Vescovato (Cr), Rosario Cafiso da Ragusa, Edoardo Scarpa da Fossalta di Portogruaro (Ve), Alfredo La Perna da Licata (Ag) e Otello Sarzi da Visiago (Vr), ebbero dimora per brevi o lunghi lassi di tempo. Ciascuno di loro, chi più chi meno, riuscì, all'interno della comunità, a ritagliarsi un proprio spazio, un caratteristico vissuto personale fatto anche di chiacchiere e passeggiate. I due momenti della quotidianità giornaliera del luogo, quelli che scandiscono da sempre il via vai del tempo e che lo sorvegliano, per consegnarlo ai posteri, sotto forma di racconti, aneddoti o spigolature di vita vissuta. Così ci si ricorda in un tutt'uno la “seriosità” dello Scarpa e la “sciatteria” del Sarzi. La gamba offesa del Cafiso e la bonarietà del La Perna. Il vestire in modo distinto, d'antan, di nuovo, dello Scarpa e la trasandatezza, l'impegno politico “underground”, si direbbe oggi, del Sarzi. Attimi, flash, immagini che ancora oggi nella mente di alcuni, in verità sempre più pochi, rimandano ad una Sant'Agata d'altri tempi. Gli anni del confino. Gli anni del cambiamento, da un certo modo di vivere a un altro, fatto di riconquistata libertà. Un'andata e un ritorno. Come di andata e di ritorno fu il viaggio degli “ospiti” in questione. Solo uno, il La Perna, decise di fermarsi fisicamente nel paese mentre gli altri ripartirono così come arrivarono. Con un ricordo in più. E quando si richiama alla memoria, si trasmette e si fa la storia.

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