La Meridiana di " ncapu u chianu"
(ovvero l'orologio solare di ncapu u chianu)


C'era una volta!... può sembrare una novella romantica o drammatica d'altri tempi, ma non lo è: è una storia vera della nostra S. Agata, come tante altre, recuperata schiumandola dalla grande pentola dei miei ricordi paesani.

Era la meridiana, nel suo significato pratico, una cosa estremamente semplice: due o tre metri quadrati di intonaco liscio, bianco, a forma quadrangolare, sulla facciata che guardava a sud, dell'allora casa Lacava-D'Ambrosio.

Al centro e nella zona alta di detto quadrato era inserito, come un coltello, un ferro a due estremità ad angolo a forma di una V con il lato più lungo in alto. Sul lato inferiore del quadrante bianco e su un piccolo tratto, sempre in basso, a destra ed a sinistra, erano segnate, in senso antiorario, in nero ed a raggiera i numeri romani VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII.

Al sorgere del sole, quando il sole stesso, più tardi, investiva il quadrato bianco, il ferro, infisso nella parte alta di esso, proiettava la sua ombra sui numeri iniziando da VIII e passando sui numeri successivi a mano a mano che il sole si alzava più alto nel cielo. Per leggere l'ora bastava guardare su quale numero romano, o frazione di esso, si posizionava l'ombra del ferro in quel dato momento.
Ovviamente c'erano delle piccole imperfezioni di posizionatura dell'ombra del ferro in rapporto alle variazioni solari delle stagioni; ma in linea di massima l'indicazione oraria era piuttosto accettabile.

Il problema si poneva invece d'inverno quando il tempo era nuvoloso o piovoso e quindi, in assenza di sole, l'orologio, diciamo così, si fermava. Allora noi, sfaccendati di turno, riuniti come al solito in capannelli di amici sul primo piano per rivederci e chiacchierare, spettegolando, sentivamo che ci mancava la meridiana, quasi un'amica, ed aspettavamo che, passata la tempesta o il tempo nuvoloso, come uscita da un letargo breve o lungo, quella lama di ombra, sotto il nuovo sole, riprendesse a muoversi fra quei numeri romani che imperturbabili aspettavano di essere accarezzati da essa per indicarci il tempo che, con noi, si muoveva scorrendo lento lungo i sentieri dell'infinito.

Pierino Cozzitorto.